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tra una storia marginale l’altra

Eric e Marla

   E’ l’ora degli sciacalli che si contendono brandelli di una vita spenta. Qualcuno ha persino un tono che vuole suggerire: “Io l’avevo detto! Eric se l’è cercata. Non aveva la forza di mettersi in discussione, né faticare per una vita normale”. Calvin sfoga una rabbia fragile. Anche lui esprime la sua opinione.

   E’ difficile tacere. Io cerco di riuscirci, anche perché riguardo i giudizi ho una disposizione fertile, ma ritengo che degli altri è possibile conoscere assai poco di vero. A stento ognuno conosce se stesso, nonostante con sé divida una frequentazione potenzialmente assidua. Neppure sufficiente a chi si chiede sempre come sia possibile essere sconosciuti.

   Qualcuno insiste tendenzialmente al biasimo. Eric era una persona debole che aveva una sopravvalutata opinione di sé. In realtà era un mediocre che non si accettava. Era più comodo e gratificante amplificare l’estro creativo grazie a interventi stimolanti.

   A me non importa giudicare. Vorrei solo sapere se è vero che Eric si è volontariamente immolato all’incontenibile desiderio di ebbrezza, abusando di artifici. Votato a distruggersi, per lasciare il ricordo della sua assenza. Perché si sentiva straniero in una terra di ciechi.

E’ una forma di ossequio in memoria. Dai tempi in cui ci si incontrava, verso tarda sera, e si festeggiava. Non occorreva l’occasione.

   Ora che è finito, sciacalli sono in agguato. Si sprecano commenti e giudizi. Si cercano colpevoli. La notizia sarà presto di sicuro dominio della piazza, e la sera trascorrerà calda, sotto i lampioni, a parlare di Eric. La responsabilità per l’accaduto accusa chiunque sarebbe dovuto intervenire, per salvare Eric. I genitori, persone fragili e raccomandate a Dio. Gli amici. Ma Eric non aveva amici. Marla, che tutti, tutti tranne il padre e la madre di Eric, tutti giurano che lo amasse. Altrimenti non l’avrebbe sposato. E sapeva anche che Eric aveva dell’esistenza un’idea goliardica, e che per realizzare il suo ideale aveva bisogno di coltivare la sua passione.

   Conoscevo Eric da più di vent’anni. La nostra è stata negli anni una compagnia sempre legata soprattutto allo spirito. Di quegli anni la filosofia di Eric, che non è mai cambiata, era: si vive per coltivare il vizio, fino ad esaurirsi. E così è stato. Eric è riuscito nel tempo necessario, l’unico utile, a consumarsi nell’uso di qualsiasi sostanza capace di alterare l’umore, sempre alla ricerca di un’ebbrezza artificiale.

   Darkene. Mi è rimasto impresso il nome. Darkene. Un’estate fine anni ottanta. A casa di Eric. I genitori erano in vacanza al mare. Pippo, che è morto quasi demente qualche anno dopo, si sparava a ripetizione Darkene endovena. Io non sperimentavo quelle che mi sembravano delle assolute aberrazioni. Mi bastava fumare e bere qualcosa, senza eccedere. Solo qualche mese più tardi sono riscivolato in profonde spirali alcoliche.

   Più volte è successo negli anni. Eric lo incontravo sempre. Eric e alcol. Tanto alcol. Che ti fa scivolare il bicchiere dalle mani. Che non fai in tempo a sbottonare i pantaloni e te la fai addosso. Che ti risvegli per miracolo la mattina nel tuo letto inzuppato di vomito al gin. Puro gin. Che ti brucia il fegato. Se non ha bruciato prima il cervello.

   Per un periodo abbiamo suonato insieme, io, Eric e Calvin. Ci siamo divertiti. È stato un buon periodo, né io né Eric eccedevamo spesso. Eric aveva l’epatite C. Lui diceva che se l’era procurata facendosi un buco per l’orecchino. Quale che fosse la causa, avrebbe dovuto riguardarsi. Affaticare il fegato poteva far scoppiare qualcosa di grave. Ma Eric non sé mai dato una calmata, con l’alcol specialmente. Il resto quando capitava.

   A febbraio del ’93, quasi una sera sì e una no, ci incontravamo in piazza e si partiva per Torre. Eravamo io, lui, il cugino e un amico del cugino, che è morto di aids tre o quattro anni fa. Prendevamo un paio di buste di roba e la tiravamo. Uno squallore! Non durò oltre, anche perché agli inizi di marzo sono partito per la Sardegna, dove qualche mese dopo mi sono quasi bruciato il cervello.

   Una notte di febbraio, eravamo già alquanto alticci, decidiamo di andare a Torre. C’era anche Giglio amico di Eric, che da tempo viveva altrove. Quella notte avevamo tre pompe. Fece tutto Eric, sembrava un infermiere professionale. È stata l’unica pera che ho fatto. Quella pera, l’unica che ho fatto, che mi ha sparato Eric, mi ha lasciato un ricordo dolcissimo. Il demone oppio mi ha tentato, ma non è riuscito a sedurmi. Perché la mia droga è legale, costa poco, e  la trovi in ogni angolo di strada. Gin e campari su tutto, cocktail dell’alcolista allegro. Gli alcolisti tristi vanno a birra e hanno le pance cascanti. Il gin invece abbraccia e dà calore senza chiedere troppo. Finché non ti fa impazzire.

  Eric non è  impazzito. Ha  solo  costruito un lento suicidio, seguendo la sua

logica, consumata nell’ebbrezza delle alterazioni che ha continuato a coltivare, fino a quando ha potuto. Fino a pochi giorni prima di finire, in un ospedale del nord, dove ha realizzato la sua filosofia, non lasciandosi persuadere da nessun alibi che avrebbe potuto frenare la sua disperata corsa verso la fine. Senza lasciarsi ingannare dalle dipendenze che accomunano la maggioranza degli uomini: famiglia, sesso, lavoro, vari interessi più o meno insani.

   Ebbro di vita artificiale, Eric è morto in una sala di rianimazione di un ospedale del nord. I polmoni affogati nel siero, il fegato strapazzato dalla cirrosi, i reni atrofizzati. A quaranta anni. Bruciato da venti di eccessi.

   Forse gli spiriti lo avevano persuaso di essere straordinario e non semplicemente come appariva, secondo la sua sobrietà. Sentirsi mediocri e rassegnarsi alla mediocrità, perseverando nello stesso sentimento, è spregevole. Ma come è facile sentirsi grandi e incompresi, quando l’ebbrezza sfiora il delirio. E come è facile giudicare. Chi potrebbe conoscere le ragioni del lento suicidio di Eric? Se pure qualcuno sapesse, saprebbe interpretarle?

   Marla l’aveva lasciato. Amici di amici raccontavano di episodi incresciosi, durante serate trascorse in casa di Eric e Marla. Eric, puntualmente ubriaco perso, flirtava con la ragazza dell’amico di turno. Non era raro che litigasse violentemente con Marla. Qualche volta l’aveva persino minacciata. Dopo mesi di cicliche crisi, Marla l’aveva lasciato.

   Chiunque conosceva Marla era sicuro che, se aveva lasciato Eric, era arrivata al limite. Se Marla era scappata per allontanarsi da Eric voleva dire che era veramente esausta e impotente.

   Chissà, forse Marla, negli anni vissuti insieme a Eric, perché lo amava nonostante si abbrutisse, più volte gli avrà detto cosa secondo lei poteva alleviare il suo senso di mediocrità. Forse gli avrà detto di doversi applicare per riuscire meglio, a suonare, a scrivere, a dipingere. Occorre impegno e dedizione per superare sé stessi. Forse Eric non era disposto a sacrificare il suo estro con l’esercizio.

   Ma, in fondo, chi era Marla per poter dare consigli? A lui poi, l’essere straordinario qual era.

cosa è “DI OMBRE E DI ROVINE”

… la fine…

equilibri instabili

   Tanti anni sono trascorsi dal tempo in cui Valerio ogni notte sedeva su una panchina di pietra nella piccola piazza, sulla strada che si incrocia. Lampioni  illuminano querce, la fontana circolare e le panchine di pietra. Valerio siede, sotto la quercia rossa, e libera il vortice del suo immaginario. E’ il tempo delle storie fantastiche, le cui trame si costruiscono in una notte e in una notte svaniscono. Racconti inverosimili di sparizioni, metamorfosi, lucido delirio di incoscienza. Vicende assurde favorite da ebbrezza di fine serata, quando si è liberi da appuntamenti di qualsiasi genere, sia allora che nei giorni a venire, perché è estate, e si cede alla tentazione di rinfrescare lo spirito di spirito. Amen. Tre, quattro, a volte cinque tappe, per strade secondarie. Così, per passare la serata. E ritrovarsi in compagnia della notte.

   A quell’ora tarda poche persone rimangono in piazza a chiacchierare o ad aspettare qualcosa. Di tanto in tanto un’auto scivola lenta lungo la curva. Valerio rimane spesso fino a quando la piazza è deserta. A volte a notte davvero profonda. A inseguire un’ immagine, un dialogo, un finale a sorpresa.

  Una di quelle notti, nota un individuo, seduto sulla panchina di fronte a quella su cui lui siede. La vista del tipo lo incuriosisce, perché indossa un lungo soprabito scuro e ha il volto quasi nascosto da occhiali da sole. Cieco, eccentrico o folle, pensa Valerio.

   Nelle notti seguenti diverse volte lo rivede. Ogni qual volta lo rivede ricorda di non esser riuscito ancora a finire una storia che lo riguarda. Perché, è un personaggio inquietante! Lo vedi apparire all’improvviso. Un attimo prima la solita panchina di pietra è libera, un attimo dopo c’è lui, col suo soprabito scuro e gli occhiali da sole. Mentre ancora sembra aleggiare nella piccola piazza l’eco del chiacchiericcio degli ultimi ritardatari, fra due querce, illuminato dal lampione, il tipo siede sulla  solita  panchina di pietra.

Un attimo dopo che non c’era.

   Valerio immagina che  magari la sua vera vita (in che senso?) è una storia enigmatica.  Ma ha già deciso di andare via e si sente a disagio all’idea di avvicinarlo. Se magari è davvero uno fuori testa, oppure semplicemente uno che vuole stare per i fatti suoi? Meglio evitare. E così fa.

   Una notte Valerio siede sulla panchina sulla quale solitamente siede il tipo. Poche persone in piazza, che rimangono a lungo, fino a dopo che Valerio decide di andare via, stanco di aspettarlo. E così succede per qualche notte di seguito. Del tipo, niente. Finché, particolare che di certo non spiega l’evolversi degli avvenimenti, ma che risulta quantomeno singolare, una notte Valerio, seduto sulla panchina, osserva delle persone che chiacchierano accanto alla fontana, e in un flash si convince di aver notato che il tipo appare solo quando in piazza rimane solo lui. Un brivido gli solletica il collo. Di scatto si alza, passa accanto le persone vicine alla fontana e esce dalla piazza, prima che sia deserta.

   La notte seguente di nuovo siede sula solita panchina. È stata una serata davvero bagorda, diversi brindisi si sono consumati, in varie compagnie, con alibi diversi. Rimasto solo, Valerio siede sulla solita panchina. Tutto il mondo gira un po’ più veloce, quella notte. Le musiche nella sua testa cominciano a stonare e le storie si accartocciano in un groviglio di allucinazioni. Però vede chiaramente, né triplicate, né sdoppiate, le persone sedute su altre panchine, altre in piedi, poggiate alla fontana.

   Sembra un attimo. Chiude gli occhi un attimo e quando li riapre la piazza è deserta. Richiude gli occhi, dopo aver osservato l’orologio circolare della piazza. Segna un quarto alle due. Quando riapre gli occhi, dopo un attimo, sono le due e quaranta. Si alza, come ricordandosi all’improvviso di dover colmare un ritardo impossibile. Solo in quel momento si accorge del tipo, seduto sulla panchina sulla quale un attimo prima Valerio sedeva.

- E’ tardi – dice – oppure è presto.

- Già! – sillaba d’istinto Valerio.

Così per la prima volta Valerio e Triptil Pazol si sono conosciuti.

   Nelle notti seguenti, seduti sulla panchina di pietra nella piazza deserta, per ore rimanevano. In silenzio. Spesso Valerio si addormentava per qualche minuto, e al suo risveglio Triptil Pazol era andato via. Le prime volte rimaneva indifferente, non gliene importava se Triptil Pazol andava via senza salutarlo. Poi ci rimaneva male.

- Ti pare bello – chiede offeso Valerio – andartene senza salutare?

- A te pare bello addormentarti su una panchina? – il tono di Triptil Pazol è al solito privo di colore, né indispettito, né sarcastico: neutro – Io lo trovo davvero poco dignitoso.

- … ‘avvero poco dignitoso, gn, gn – gli fa il verso Valerio.

- Non ce l’avessi, una casa, forse potrei avere compassione di te.

- E perché, sentiamo, è poco dignitoso? Per non dire affatto dignitoso, come immagino tu voglia intendere.

- Immagini bene.

- Allora? Mi degni di una risposta, signor Snob?

- La conosci già la risposta.  – asettico Triptil – Non c’è bisogno che te lo spieghi io.

   È verosimile che Valerio sa spiegarsi perché rincorre a tutti i costi l’allegria. Sa quanto duri poco e qual è il suo prezzo. Un prezzo, quello del momento, tutto sommato facile da dimenticare in fretta. A volte immagina anche quale potrebbe essere il finale. Non è affascinante. Ma c’è tempo per pensarci con attenzione. Come per tutti rimane vago quanto resta. E tanto basta a giustificarsi. L’importante è conservare equilibrio con le persone. Mostrarsi vigile e cortese, mai eccessivo. Avere stile. Non disturbare. Quasi scomparire, se possibile. Senza mai dar adito a pettegolezzi. Le cause di tanta storia, patetica per Valerio, da tempo sono state interpretate. Ma conoscere l’origine del male non significa guarire. Occorre avere delle motivazioni, oltre il naturale istinto, per desiderare di vivere senza cercare di continuo soluzioni ai quotidiani umori inquieti.

 

- È facile uscire di scena spegnendo la luce.

- È facile aspettare che la luce si spenga prima di uscire, ingannando l’attesa costretti da alibi affettivi.

- Mi sembra comunque evidente, secondo il mio modo di vedere, che stai dando forma alla manifestazione più radicale del tuo egoismo. Neanche l’amore verso tuo figlio significa qualcosa.

- Amore, che bella parola. Dice tutto e niente. Una parola per mistificare istinto di sopravvivenza e conservazione di sé. Come se la trasmissione del nostro patrimonio genetico significhi non sparire del tutto, per quando saremo comunque spariti. Per il presente, invece, è il piacere narciso di rivedersi in un altro essere, che esiste grazie a te e a un’altra persona, alla quale comunemente si è legati per amore, cioè per bisogno di protezione, pulsione al piacere del possesso, paura di stare soli.

- Matto è un individuo, un bambino di quattro anni. Tu sei suo padre. Hai il dovere di occuparti di lui, almeno fino a quando sarà autonomo.

- Vedi? Siamo al punto di partenza. Non c’è speranza. Perché dovrei resistere?

- Perché non hai altra scelta.

- Bah, forse prima o poi mi convincerò che hai ragione. Rimarrà comunque un problema.

- Quale?

- Come fare per liberarmi del corpo.

“DI OMBRE E DI ROVINE”… l’inizio…

Triptil Pazol, Valerio e le maschere d’ombra

   C’era un tempo, e ci sarà ancora, in cui Valerio e Triptil Pazol così discutevano.

- Guarda su, Trip, cosa vedi?

- Il cielo, Val, il cielo.

- Com’è il cielo?

- Azzurro.

- C’è qualcosa in cielo?

- Il sole, solo il sole.

- Qualcosa come nuvole o uccelli?

- No, il cielo è sereno e non ci sono uccelli.

- Guarda intorno a noi, Trip. Cosa c’è intorno a noi?

- Mare, solo mare.

- E oltre il mare, cosa vedi intorno a noi?

- Altro mare, forse.

- Forse, Trip, forse. Oltre il mare vedi qualcos’altro?

- No, solo mare e oltre il mare forse altro mare.

- Allora sai spiegarmi, sai spiegarmi cosa ci succede?

- Dovrei? Val, sei certo che dovrei sapere per spiegare? E’ questo che dovrei?

- Vorrei che tu lo facessi, sarei grato a te e potrei, forse potrei, finalmente riposare.

- Cosa vuoi che ti spieghi? Vorrei conciliare il tuo riposo, se è questo che vuoi.

- Vorrei che mi spiegassi cosa sono queste ombre, queste ombre su di noi.

   C’era un tempo, e ci sarà ancora, in cui Valerio e Triptil Pazol  s’incontravano senza riconoscersi, fra nebbie e spettri, nelle ore intorno alla mezzanotte. E’ allora che lo spirito si espande e il clima della festa s’equalizza. Tra un giro e l’altro, finiscono per ritrovarsi a parlare, seduti su un tavolo sepolto di bicchieri, o su un morbido divano davanti al camino spento, perché fuori è agosto, anche se piove.

   Quando si incontrano di nuovo, di nuovo non si riconoscono, almeno non formalmente. Ognuno dei due sa chi è l’altro, ma nessuno dei due dice qualcosa che possa indicare riconoscimento. Non è chiaro se sia per un gioco, tacito, fra i due. Oppure perché entrambi preferiscono dimenticarsi.

- Avrei voluto scriverlo io “I buchi della maschera”.

- Chi l’ha scritto?

- Jean Lorrain. Ma il finale l’avrei senza dubbio tagliato – Valerio del fantastico preferisce la lezione di Todorov – perché concludere un racconto così inquietante, spiegando che l’esperienza del narratore-protagonista è stato l’incubo causato da una dose eccessiva di assenzio?

- Sospensione! Come l’epochè per gli scettici. Sei sicuro che finisce come dici tu il racconto?

- Beh, non mi ricordo, però ricordo che alla fine si è trattato solo di un brutto sogno. Troppo comodo! La letteratura deve osare, sempre, e allontanarsi il più possibile dai modelli del reale apparente, del quotidiano. Solo andando oltre è possibile raccontare la realtà.

- Mi sembri convinto.

- Non credo proprio.

- Allora ti trovo patetico.

- Perché non dovrei apparire come sono?

   C’era un tempo, e ci sarà ancora, in cui Valerio e Triptil Pazol fingevano di conoscersi e solo per questa ragione non facevano altro che insultarsi. Specialmente al mattino, se si incontravano appena usciti di casa. In quelle ore l’umore dei due doveva essere proprio scoppiato. Accade soprattutto quando è agosto e non piove mai.

   C’era un tempo, e ci sarà ancora, in cui Valerio e Triptil Pazol rimanevano in silenzio. Erano i giorni trascorsi come l’attesa di niente. Quando il tempo si è fermato, mentre si ripetono giorni che sembrano acquistare un senso solo perché conclusi dalla notte. Senza sogni. Immobile e preparata, come in un film.

   In quei giorni il cielo è livido, ha il colore delle strade e le persone che si incrociano non hanno volto.

   Nelle ore intorno alla mezzanotte, dove brillano risate, e odori di densi aromi si spandono, appare chiaro il fine di tanta storia. E’ scritta sulle maschere delle ombre che stanno in posa. Aspettando la fine della festa. Valerio e Triptil Pazol si confondono, maschere fra ombre, ombre fra maschere. Simile condizione è la comune identità. E tutto ciò li fa sorridere. Rimangono in silenzio e sorridono, pensando al risveglio del giorno seguente. Le gambe elettriche, l’umore plumbeo, un’inquietudine prossima al panico. Rimossa la maschera, l’ombra appare al giorno muto e spento, anche se il sole è caldo, anche se una pioggia insistente vuole annunciare il sereno. Una tempesta è appena oltre la volontà di far valere la pazienza e la fiducia che è solo l’abbrivio verso il delirio a fare compagnia, è solo il principio del male, che passa senza medicine.

   Dolce e terribile è l’elisir che inebria e scalda lo spirito, quando lo spirito conosce gli inganni di così generosi doni.

 

  cicli cosmici a tempo determinato

   E’ uno scherzo della percezione? O davvero labile ricordo dell’attimo già vissuto in una vita passata? Un ciclo cosmico ci possiede tutti quanti! L’universo palpita in evi permanenti miliardi di anni. Nasce, cresce e si spegne, come me e te, per poi ricominciare di nuovo tutto daccapo. Tutto, ma proprio tutto, uguale a sé stesso. In eterni ritorni. Infiniti. Chi ringrazia il proprio dio, e chi piange la propria disperazione. E’ solo una questione di prospettive. Certo è che un déjà vu succede a tutti, prima o poi. E’ fantastico e allucinante, per l’angoscia che mi annienta quando temo che davvero cicli cosmici possiedono me, te e tutti quanti.

   In quei giorni, d’ansia e d’afa estiva, Lino mi telefona sei volte in un’ora. Urge naming e body per le etichette da consegnare entro mercoledì, oggi è lunedì, se no il cliente gli salta. A me duecento euro, che vedrò fra i quattro e gli otto mesi a venire. A lui che importa? Non capisce che ho lo stress dello stagionale – a tempo determinato – d’industria di conserve alimentari. Le fabbriche di pomodori. In quei giorni e in quelle notti d’ansia e d’afa estiva.

   Oppure piove e fa freddo, in quei giorni inquieti e plumbei. Di pomeriggio, Carletto viene a lezione di latino. Carletto, quinto scientifico, per la seconda volta, mio alunno da quattro anni. Sempre fumato. Cura con l’hashish il rincrescimento per morfologia e sintassi. Orride creature d’altri mondi.

   O ancora, in quei giorni, squilla una rituale telefonata. Una voce roca  – E’ la scuola media – e dice quale – parlo con il professor…?  Rispondo di sì. Commosso. Una supplenza! Quant’è che non insegno alle medie? Devo inventarmi qualcosa da dire e da fare. Sicuro.

   In quei giorni, una mattina mi presento alla nuova classe, la diciannovesima  in  undici   anni   di   supplenze  a tempo determinato, in tre diverse province. Entro in aula. 

   Mai, in questa vita, ho visto uno solo dei volti ragazzini fra i banchi. Mai. Ne sono sicuro. Ma io li ho già visti.

   Un ciclo cosmico ci possiede tutti quanti. Il mio è a tempo determinato.

 

   vivo in un paese di incivile urbanità

   … sporcizia delle strade a parte, sfrecciano per le stesse motorini che zigzagando dribblano pedoni, ormai assuefatti ai pericoli, e sorpassano il traffico paralizzato. E’ da tempo regola  che autodipendenti parcheggino davanti a soste vietate, in doppie e triple file, per andare a fare la spesa dal salumiere o prendere un caffè nel bar affollato di perdigiorno.

- Eeeehhh! e ccche èèèè? – strepita qualcuno ai clacson fermi in fila,  avviandosi senza fretta verso la sua auto che blocca la vita ( la vita sì, non la via) – un momento, un momento! me ne vado!

   Nel paese in cui vivo c’è un segnale di stop che quasi nessuno rispetta. Mi auguro che altri oltre me rientrino in quei quasi.

A volte la frustrazione mi sale in prossimità di quello stop, quando in auto percorro la strada che lo incrocia e che in teoria ha diritto di precedenza.

   Ora, poiché so che quasi nessuno si ferma allo stop, quando sono divorato dall’insofferenza, e comunque vilmente – spiego di seguito perché avverbio l’incidentale – in quelle circostanze affermo il mio diritto di passare per primo, non fermando l’auto davanti a una sua simile che timidamente non rispetta lo stop  e a passo d’uomo prosegue. Anch’io guido a passo d’uomo e non freno, per lasciar passare. L’altra  auto, per timore di un contatto con la mia, frena, e io passo.

- ‘Oooo stopppp! – blatero al cofano dell’auto che si avvicina al mio finestrino alzato.

   Puntualmente, ecco spiegato l’avverbio dell’incidentale, dopo questo comportamento mi ripeto che sono un imbecille frustrato e vigliacco, perché se alla guida dell’auto che non rispetta lo stop ci fosse stato  un ceffo, il cui aspetto mi avrebbe suggerito di non prendere questioni per evitare chissà quali violente conseguenze, probabilmente non avrei mostrato la mia sete di giustizia! Già! sono proprio un vigliacco, mi ripeto.

   Una mattina è successo che ero in auto, stavo accompagnando a scuola mio figlio di quattro anni, seduto accanto a me. Percorrevamo la strada con diritto di precedenza che s’incrocia con lo stop quasi mai rispettato. C’era traffico, come sempre a quell’ora. Ci si muoveva lentamente.

   Arrivato all’incrocio, c’era – come poteva non esserci! – un’auto che non rispettava lo stop, e piano piano era sul punto di  impedirmi di superare l’incrocio e svoltare a sinistra.

Io prima ho frenato, perché – vigliacco! – era un’auto dei caramba.

   Mi assale sempre un’ansia quando ho a che fare con un caramba. ho irrisolte dipendenze da figure che simboleggiano l’autorità. Comunque, sarà stato per  questo o per altro, dopo aver frenato, d’istinto mi sono buttato. Lentamente sia chiaro,  impedendo però alla punto blu, che non rispettava lo stop, di passare.

Dal finestrino il caramba seduto affianco alla guida mi guarda per dire

- E allora?

- C’è lo stop – spiego, già presagendo il prossimo futuro – c’è lo stop!

   Mentre il carabiniere scende dall’auto, confusamente mi rendo conto di aver dato l’avvio ad una cazzata. Non ho la cintura di sicurezza e goffamente cerco di inserirla, anche se so che il carabiniere, già a un passo dal finestrino, m’ha visto. Mattia è seduto accanto a me, e non nel sediolino posteriore!

- Lo so che c’è lo stop – dice il caramba e io penso che mò mi fa un verbale che mi farà piangere – ma in prossimità di un incrocio si rallenta…

- Io ho rallentato – la mia voce è già spenta per la vigliaccheria e la consapevolezza di essere in doppio errore, oltre che per l’ansia da simboli d’autorità.

- … se vogliamo essere corretti  – parla bene, penso, non è uno da    barzelletta – la cintura si mette prima di partire, e il bambino va nel seggiolino…

- Ha ragione – leccaculo che sono !!!! – ha ragione.

- La ragione te la puoi tenere – mi dà del tu! io gli do del lei e lui del tu! Ma mi costringo al silenzio, per evitare problemi. Mi sembra che non abbia intenzioni di farmi pagare cara la mia imbecillità – se vuoi essere pignolo ti accontento…

   Dicendo queste parole si allontana, avviandosi verso la punto blu da cui era sceso.

   Forse lo sguardo smarrito di Matto lo ha persuaso a lasciar correre. Forse è solo un carabiniere corrotto che mi ha scambiato per il figlio di qualche pezzo grosso.

- Grazie! – leccaculo fino in fondo! – Grazie! – gli dico dal finestrino, mentre si allontana – Grazie, grazie.

   Matto non mi ha chiesto spiegazioni. l’ho lasciato a scuola.

   Sono tornato a casa con l’ imbecillità che mi additava a tutti.