Eric e Marla
E’ l’ora degli sciacalli che si contendono brandelli di una vita spenta. Qualcuno ha persino un tono che vuole suggerire: “Io l’avevo detto! Eric se l’è cercata. Non aveva la forza di mettersi in discussione, né faticare per una vita normale”. Calvin sfoga una rabbia fragile. Anche lui esprime la sua opinione.
E’ difficile tacere. Io cerco di riuscirci, anche perché riguardo i giudizi ho una disposizione fertile, ma ritengo che degli altri è possibile conoscere assai poco di vero. A stento ognuno conosce se stesso, nonostante con sé divida una frequentazione potenzialmente assidua. Neppure sufficiente a chi si chiede sempre come sia possibile essere sconosciuti.
Qualcuno insiste tendenzialmente al biasimo. Eric era una persona debole che aveva una sopravvalutata opinione di sé. In realtà era un mediocre che non si accettava. Era più comodo e gratificante amplificare l’estro creativo grazie a interventi stimolanti.
A me non importa giudicare. Vorrei solo sapere se è vero che Eric si è volontariamente immolato all’incontenibile desiderio di ebbrezza, abusando di artifici. Votato a distruggersi, per lasciare il ricordo della sua assenza. Perché si sentiva straniero in una terra di ciechi.
E’ una forma di ossequio in memoria. Dai tempi in cui ci si incontrava, verso tarda sera, e si festeggiava. Non occorreva l’occasione.
Ora che è finito, sciacalli sono in agguato. Si sprecano commenti e giudizi. Si cercano colpevoli. La notizia sarà presto di sicuro dominio della piazza, e la sera trascorrerà calda, sotto i lampioni, a parlare di Eric. La responsabilità per l’accaduto accusa chiunque sarebbe dovuto intervenire, per salvare Eric. I genitori, persone fragili e raccomandate a Dio. Gli amici. Ma Eric non aveva amici. Marla, che tutti, tutti tranne il padre e la madre di Eric, tutti giurano che lo amasse. Altrimenti non l’avrebbe sposato. E sapeva anche che Eric aveva dell’esistenza un’idea goliardica, e che per realizzare il suo ideale aveva bisogno di coltivare la sua passione.
Conoscevo Eric da più di vent’anni. La nostra è stata negli anni una compagnia sempre legata soprattutto allo spirito. Di quegli anni la filosofia di Eric, che non è mai cambiata, era: si vive per coltivare il vizio, fino ad esaurirsi. E così è stato. Eric è riuscito nel tempo necessario, l’unico utile, a consumarsi nell’uso di qualsiasi sostanza capace di alterare l’umore, sempre alla ricerca di un’ebbrezza artificiale.
Darkene. Mi è rimasto impresso il nome. Darkene. Un’estate fine anni ottanta. A casa di Eric. I genitori erano in vacanza al mare. Pippo, che è morto quasi demente qualche anno dopo, si sparava a ripetizione Darkene endovena. Io non sperimentavo quelle che mi sembravano delle assolute aberrazioni. Mi bastava fumare e bere qualcosa, senza eccedere. Solo qualche mese più tardi sono riscivolato in profonde spirali alcoliche.
Più volte è successo negli anni. Eric lo incontravo sempre. Eric e alcol. Tanto alcol. Che ti fa scivolare il bicchiere dalle mani. Che non fai in tempo a sbottonare i pantaloni e te la fai addosso. Che ti risvegli per miracolo la mattina nel tuo letto inzuppato di vomito al gin. Puro gin. Che ti brucia il fegato. Se non ha bruciato prima il cervello.
Per un periodo abbiamo suonato insieme, io, Eric e Calvin. Ci siamo divertiti. È stato un buon periodo, né io né Eric eccedevamo spesso. Eric aveva l’epatite C. Lui diceva che se l’era procurata facendosi un buco per l’orecchino. Quale che fosse la causa, avrebbe dovuto riguardarsi. Affaticare il fegato poteva far scoppiare qualcosa di grave. Ma Eric non sé mai dato una calmata, con l’alcol specialmente. Il resto quando capitava.
A febbraio del ’93, quasi una sera sì e una no, ci incontravamo in piazza e si partiva per Torre. Eravamo io, lui, il cugino e un amico del cugino, che è morto di aids tre o quattro anni fa. Prendevamo un paio di buste di roba e la tiravamo. Uno squallore! Non durò oltre, anche perché agli inizi di marzo sono partito per la Sardegna, dove qualche mese dopo mi sono quasi bruciato il cervello.
Una notte di febbraio, eravamo già alquanto alticci, decidiamo di andare a Torre. C’era anche Giglio amico di Eric, che da tempo viveva altrove. Quella notte avevamo tre pompe. Fece tutto Eric, sembrava un infermiere professionale. È stata l’unica pera che ho fatto. Quella pera, l’unica che ho fatto, che mi ha sparato Eric, mi ha lasciato un ricordo dolcissimo. Il demone oppio mi ha tentato, ma non è riuscito a sedurmi. Perché la mia droga è legale, costa poco, e la trovi in ogni angolo di strada. Gin e campari su tutto, cocktail dell’alcolista allegro. Gli alcolisti tristi vanno a birra e hanno le pance cascanti. Il gin invece abbraccia e dà calore senza chiedere troppo. Finché non ti fa impazzire.
Eric non è impazzito. Ha solo costruito un lento suicidio, seguendo la sua
logica, consumata nell’ebbrezza delle alterazioni che ha continuato a coltivare, fino a quando ha potuto. Fino a pochi giorni prima di finire, in un ospedale del nord, dove ha realizzato la sua filosofia, non lasciandosi persuadere da nessun alibi che avrebbe potuto frenare la sua disperata corsa verso la fine. Senza lasciarsi ingannare dalle dipendenze che accomunano la maggioranza degli uomini: famiglia, sesso, lavoro, vari interessi più o meno insani.
Ebbro di vita artificiale, Eric è morto in una sala di rianimazione di un ospedale del nord. I polmoni affogati nel siero, il fegato strapazzato dalla cirrosi, i reni atrofizzati. A quaranta anni. Bruciato da venti di eccessi.
Forse gli spiriti lo avevano persuaso di essere straordinario e non semplicemente come appariva, secondo la sua sobrietà. Sentirsi mediocri e rassegnarsi alla mediocrità, perseverando nello stesso sentimento, è spregevole. Ma come è facile sentirsi grandi e incompresi, quando l’ebbrezza sfiora il delirio. E come è facile giudicare. Chi potrebbe conoscere le ragioni del lento suicidio di Eric? Se pure qualcuno sapesse, saprebbe interpretarle?
Marla l’aveva lasciato. Amici di amici raccontavano di episodi incresciosi, durante serate trascorse in casa di Eric e Marla. Eric, puntualmente ubriaco perso, flirtava con la ragazza dell’amico di turno. Non era raro che litigasse violentemente con Marla. Qualche volta l’aveva persino minacciata. Dopo mesi di cicliche crisi, Marla l’aveva lasciato.
Chiunque conosceva Marla era sicuro che, se aveva lasciato Eric, era arrivata al limite. Se Marla era scappata per allontanarsi da Eric voleva dire che era veramente esausta e impotente.
Chissà, forse Marla, negli anni vissuti insieme a Eric, perché lo amava nonostante si abbrutisse, più volte gli avrà detto cosa secondo lei poteva alleviare il suo senso di mediocrità. Forse gli avrà detto di doversi applicare per riuscire meglio, a suonare, a scrivere, a dipingere. Occorre impegno e dedizione per superare sé stessi. Forse Eric non era disposto a sacrificare il suo estro con l’esercizio.
Ma, in fondo, chi era Marla per poter dare consigli? A lui poi, l’essere straordinario qual era.
